Naufragi della mente: come aprire i porti alle idee

Naufragi della mente: come aprire i porti alle idee

In questi tempi bui in cui ogni opinione viene eletta a verità, come viandanti in mezzo ad un mare in tempesta, attirati da “voci” di Sirene che ci stregano, ora di qua ora di là, sembra sempre più difficile trovare un orientamento. Come districarsi da questo magma di opinioni?

Potremmo chiamare questa l’era degli opinionisti. Chi è l’opinionista? Questa nuova professione nata con i programmi televisivi è un neologismo, “coniato dall’unione di opinione (derivante a sua volta da opinare, dal verbo latino ŏpīnāri) e -ista, suffisso derivante dal greco e indicante colui che ha una “particolare competenza” in una certa dottrina.”

Insomma la “voce” degli opinionisti, come dice l’etimologia stessa è…opinabile.

“Del doman non v’è certezza”, scriveva Lorenzo De’ Medici, scrittore, mecenate, poeta e umanista, nonché uno dei più significativi uomini politici del Rinascimento., un uomo che di certo opinionista non era! La verità assoluta su alcune grandi questioni del mondo non l’abbiamo e forse non l’avremo mai, ma ciò non toglie la possibilità di tendere alla verità, alla ricerca di idee che guidino il nostro operato.

Ed ecco qui la differenza sostanziale tra opinionista e pensatore. Ma prima interroghiamoci: cosa vuol dire essere una persona pensante?

Secondo Hannah Arendt, ispirata da uomini illustri quali Socrate e il suo maestro Heideggerpensare vuol dire avere un costante dialogo interiore. Pensare qui è inteso come un processo interiore, un atto di riflessione su ciò che accade sia nel mondo fuori di noi che nel mondo interiore. Al giorno d’oggi si confonde il “pensare” con il “razionalizzare” o con il voler controllare qualcosa.


Pensare non vuol dire giudicare, ma crea il presupposto e il terreno su cui esprimere il proprio giudizio, sapendo discernere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra ciò che è in linea con i nostri valori e ciò che non lo è.

Il principio di una vita etica viene dal dialogo

Se non si sviluppa un dialogo interiore, inteso come continuo confronto con se stessi sui propri pensieri e sulle proprie emozioni, non è possibile comunicare con l’esterno. Dialogo interiore vuol dire mettersi in comunicazione ed entrare in relazione con se stessi.

Ricordo ancora una delle grandi diatribe degli studi in psicologia: nasce prima il linguaggio o il pensiero? In psicologia è una delle più grandi questioni affrontate e dibattute. I grandi rappresentati di questo dibattito sono: Piaget che ipotizzava che alla base del linguaggio vi fosse il pensiero, mentre, secondo il famoso psicologo sovietico, Vygotskij, il bambino comincia parlando ad alta voce da solo per poi interiorizzare il discorso.

Potremmo ipotizzare ora che pensiero e linguaggio si rinforzano reciprocamente poichè intimamente connessi: il comunicare dovrebbe essere un pensare condiviso e il pensare un comunicare tra parti del sè.

Posto quindi l’importanza del dialogo interiore e del suo sviluppo, cosa accade in assenza di questo confronto costante?

L’incapacità di ascoltare un’altra voce, di avere un dialogo con se stesso o solo immaginare di avere un dialogo con il mondo, porta a La banalità del male, famosa espressione e anche titolo del libro della Arendt.

La mancanza di dialogo con se stessi e con il mondo, l’assenza di confronto porta al sentirci soli a non vedere l’Altro dentro e fuori di noi. Ci porta ad una carenza di empatia e gentilezza nei confronti dell’altro e di noi stessi.

In questo clima non possono che nascere opinioni che sono frutto della cristallizzazione di flussi di senso condivisi della società del tempo,  privi del loro carattere di dinamicità e confronto. Non siamo più in grado di contraddire le opinioni e le “voci” del più forte di turno perchè abbiamo perso la possibilità di confronto e di saper utilizzare le conoscenze a nostra disposizione. Ed è sempre meglio essere una voce tra tante all’interno di un gruppo che essere soli, no?

Così in questi tempi bui, i vissuti di impotenza e di solitudine ci hanno sempre più allontanati dal dialogo interiore e dal confronto. Ad un passo più vicino all’essere opinionisti che pensatori. E pensatore alla fine è colui che si interroga sulle questioni individuali e del mondo e sul dialogo fonda la sua etica.

Alessandra Notaro

 

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