Pensi che una dittatura non sia più possibile?L’inquietante lezione de “L’Onda”

Come diventare artista della vita

Pensi che una dittatura non sia più possibile?L’inquietante lezione de “L’Onda”

Nel 1967, un insegnante ricreò una dittatura in classe in 5 giorni. L’esperimento della Terza Onda e il film “L’Onda” rivelano come l’autoritarismo nasca dalla psicologia di gruppo, dalla rabbia e dal bisogno di appartenenza. Scopri perché è ancora possibile.

Ascolta qui:

Partiamo da un film.

L’onda (Die Welle) è un film del 2008 diretto da Dennis Gansel, tratto dall’omonimo romanzo di Todd Strasser, a sua volta basato sull’esperimento sociale denominato La Terza Onda (The Third Wave), effettuato nel 1967 in California. 

L’esperimento shock: la Terza Onda nel 1967

La storia inizia nella primavera del 1967, quando Jones era un insegnante di storia al primo anno e allenatore di basket. Era un’epoca aperta allo stile di insegnamento che Jones voleva sviluppare dopo aver conseguito un master in educazione e relazioni internazionali all’Università di Stanford.

La simulazione era di moda.

La simulazione era in voga in quel periodo per diffondere concetti astratti. Uno di questi concetti era il fascismo nella Seconda guerra mondiale, e Jones decise di simularlo trasformando la sua classe di storia in uno Stato fascista per un giorno. Era una classe mattutina di 25 o 26 studenti del secondo anno, e Jones all’inizio introdusse la disciplina facendoli esercitare a entrare in aula in modo ordinato e a sedersi ai banchi con postura perfetta e un sorriso.

Jones pensò che tutto si sarebbe concluso lì, ma quando tornò la mattina seguente, gli studenti erano di nuovo seduti con postura impeccabile. A loro piacque quel gioco, ed è lì che iniziarono i problemi.

Alla fine del secondo giorno, gli studenti partecipanti avevano sviluppato un saluto segreto nei corridoi, suscitando abbastanza curiosità nel campus scolastico tanto che, entro il terzo giorno, oltre 200 studenti — compresi ragazzi provenienti dalle scuole rivali che avevano sentito parlare dell’esperimento — affollavano la sua aula per far parte della Terza Onda.

“A quel punto non era più solo una simulazione,” dice Jones. “La Terza Onda stava diventando qualcosa di più grande, e io ero vittima del mio stesso entusiasmo. Amavo il potere che esercitava e l’ammirazione che ricevevo.”

Come un gioco diventò realtà in 5 giorni

Il quarto giorno, Jones alzò la posta in gioco dicendo agli studenti che la Terza Onda faceva parte di un movimento nazionale. Loro erano “l’avanguardia, i soldati del futuro” e avrebbero tenuto un raduno il quinto giorno per incontrare il loro leader nazionale in un discorso televisivo.

A quel punto i “soldati” della Terza Onda indossavano camicie bianche e si accalcarono in un piccolo auditorium. Jones accese la TV per presentare il loro nuovo leader, ma sullo schermo apparve solo una distesa di disturbo bianco. Dopo alcuni momenti di confusione, si accese un proiettore che mostrava immagini di Adolf Hitler mentre indottrinava i giovani.

“Dissi: ‘È qui che stiamo andando. Non siamo né migliori né peggiori dei tedeschi che abbiamo studiato,’” racconta Jones. “‘Questo è il nostro futuro, a meno che non comprendiamo il valore della libertà.’”

Gli studenti rimasero scioccati

Fu una lezione dura, forse troppo per degli studenti delle superiori. “Alcuni piansero. Alcuni scapparono fuori dall’aula,” dice Jones. “Era andata decisamente troppo oltre. Sono stato fortunato a riuscire a fermarla.”

E non fu l’unica cosa a cui mise fine. Due anni dopo, venne licenziato. Nessuno disse apertamente che fosse a causa dell’esperimento della Terza Onda, ma nessuno disse nemmeno che non lo fosse.

Non tornò mai più nel campus che chiuse nel 1979, e non riuscì a trovare un’altra scuola superiore disposta ad assumerlo.

Il film L’Onda,  mostra come un regime autoritario possa emergere non solo da grandi crisi storiche, ma anche da dinamiche psicologiche ordinarie all’interno di un gruppo.

L’esperimento del professore non crea l’autoritarismo dal nulla: attiva meccanismi latenti che esistono già nella natura delle relazioni sociali.

ll film L’Onda funziona come un vero e proprio laboratorio narrativo sull’autoritarismo. Mostra come un sistema autoritario non nasca necessariamente da figure mostruose o da eventi eccezionali, ma possa emergere in modo sorprendentemente rapido da dinamiche psicologiche comuni, all’interno di un gruppo normale, in una società democratica e moderna.

All’inizio, gli studenti sono individui separati, con bisogni di riconoscimento, insicurezze e un certo senso di disorientamento. L’esperimento del professore intercetta un bisogno profondo: quello di appartenenza

I 3 pilastri dell’autoritarismo

Il bisogno di appartenenza.

Quando nasce L’Onda, il gruppo offre identità, coesione e la sensazione di far parte di qualcosa di più grande. Questo senso di unità è emotivamente potente e, per molti, rassicurante. L’adesione non nasce solo da convinzioni ideologiche, ma dal desiderio di non restare esclusi.

Progressivamente, simboli, rituali e regole — come l’uso dell’uniforme, il saluto comune o gli slogan — rafforzano l’identità collettiva. Ciò che sembra un gioco o un esercizio didattico produce un effetto profondo: l’individuo inizia a percepirsi meno come “io” e più come parte di un “noi”. Le differenze personali si attenuano, il conformismo aumenta e il pensiero critico si indebolisce.

In questo contesto, la pressione del gruppo diventa decisiva. Molti studenti si adeguano non perché pienamente convinti, ma per paura dell’isolamento, per evitare il conflitto o per il semplice desiderio di sentirsi accettati.

Il gruppo, così, diventa più forte delle convinzioni individuali, e il consenso apparente maschera spesso un’adesione fragile e forzata.

La leva emotiva: rabbia e capri espiatori.

La rabbia è un potente catalizzatore per l’autoritarismo, in particolare quella che deriva da una reale sofferenza finanziaria, sociale o emotiva e dal conseguente senso di vittimismo.

Sembra che i sentimenti di rabbia, piuttosto che la paura associata alla minaccia, siano le emozioni dominanti che alimentano l’autoritarismo (Vasilopoulos, Marcus, Valentino et. al., 2019). Nel tono e nel contenuto, i leader autoritari intensificano questi sentimenti nel loro pubblico per indurli all’adesione. Tale comunicazione mira ad aumentare i sentimenti di sentirsi minacciati che alimentano la rabbia e derivano da sentimenti sottostanti di impotenza e vittimizzazione. Gli autoritari seguono un principio chiave del marketing : identificare un problema, creare emozioni negative e offrire una soluzione al problema.

I leader autoritari, a loro volta, creano paura e rabbia identificando determinati gruppi, in base alle loro idee politiche , religiose, razziali, di genere , di orientamento sessuale , etniche o nazionalità, come responsabili delle loro sofferenze.

Il leader diventa colui che da voce alle nostre emozioni incomprese, alla nostra rabbia laddove emerge un crescente divario tra gli strati della società e ad un senso diffuso di ansia che non riusciamo a comprendere ma che è alimentata dalla paura, un’angoscia senza nome. Il trovare un capro espiatorio a questa angoscia generale e diffusa è uno dei punti chiave della leva emozionale.

Quando non siamo consapevoli e coscienti delle nostre emozioni e da dove esse nascono, è in quella crepa, tra incoscio e conscio, che si annida il meccanismo perverso dell’autoritarismo e di conseguenza la nostra delega decisionale.

Il professore del film e dell’esperimento reale assume proprio questo ruolo di leader carismatico. Non è solo un organizzatore, ma una figura di autorità a cui gli studenti delegano giudizio e responsabilità morale. Questo passaggio riflette un meccanismo tipico dei regimi autoritari: il potere non si impone solo dall’alto, ma viene anche consegnato volontariamente da chi cerca ordine, guida e certezze.

La perdita di responsabilità individuale

A un certo punto, per rafforzare la coesione interna, il gruppo sente il bisogno di definire un “altro”: chi non aderisce diventa un nemico, un traditore, una minaccia. Il dissenso non viene più tollerato, ma ridicolizzato o attaccato. È in questo momento che il gruppo smette di essere una comunità e diventa un sistema di esclusione. L’identità condivisa si trasforma in intolleranza. L’io gruppale inizia a esistere nella differenziazione con un Altro da sè minaccioso e pericoloso.

Ma veniamo a uno degli aspetti più inquietanti del film, la progressiva perdita di responsabilità individuale. All’interno del gruppo, azioni che singolarmente sarebbero state impensabili diventano normali, giustificate o minimizzate.

La colpa, su cui si fondano le nostre società occidentali di matrice cristiana, piano piano si diluisce, la coscienza si attenua e il comportamento viene percepito come parte di un ingranaggio collettivo. C’è una chiara e netta distinzione tra giusto e sbagliato. Comportamento retto e comportamento scorretto. Il pensiero diventa dicotomico e rigido.  I ​​leader autoritari rafforzano questo modo di pensare con affermazioni riassuntive che ne sminuiscono l’umanità – come ad esempio chiamandoli parassiti – e, soprattutto, attribuendo a questi gruppi la sofferenza dei loro seguaci.

La banalità del male è ancora tra noi?

Ed è qui che la linea sottile che separa il bene dal male diventa un velo sottile. E anche chi vede al di là del velo cosa accade rimane inerme spettatore.

Non emerge un male “straordinario”, ma una forma di conformismo ordinario, in linea con l’idea della “banalità del male”. 

Conclusioni: come riconoscere i segnali

L’autoritarismo non è un’anomalia storica, ma una possibilità sociologica. 

Non richiede individui crudeli, ma un contesto che premi obbedienza, appartenenza e semplificazione della realtà, in cui i poli giusto/sbagliato, buoni/cattivi sono categorie nette e facilmente distinguibili.

Smonta l’illusione rassicurante che certe derive appartengano solo al passato o ad altre culture.

In questo senso, il film dialoga bene con il concetto di Stato predatorio descritto da Pieranni nel podcast Fuori da qui. Se L’Onda mostra come nasce emotivamente e socialmente l’autoritarismo, lo Stato predatorio rappresenta la sua versione strutturata e sistemica: un potere che può tutto in nome di valori arbitrari e che cambiano di volta in volta in base al fine.

In entrambi i casi, il meccanismo è simile: le persone cedono autonomia, diritti e spirito critico in cambio di sicurezza, appartenenza o stabilità. Col tempo, questa cessione diventa normalità, e l’autoritarismo smette di apparire come un’imposizione esterna per diventare una mentalità interiorizzata.

di Alessandra Notaro

Riferimenti:

L’Onda. Regia di Dennis Gansel. Un film con Jürgen VogelFrederick LauMax RiemeltJennifer UlrichChristiane Paul.

Golden, B. (2023). “The Psychology Behind What Makes Authoritarianism Appealing.” www.psychologytoday.com. (Posted December 29, 2023).

https://www.sfgate.com/performance/article/In-The-Wave-ex-teacher-Ron-Jones-looks-back-3274503.php

La Banalità del Male: Eichmann a Gerusalemme, Hannah Arendt

 

Rispondi